I comportamenti disturbati o disturbanti sono caratteristiche identitarie

di Marco Vinicio Masoni

Questo articolo è un estratto dal capitolo 2 “Da un nuovo modo di guardare a un nuovo modo di agire” del libro “Meglio dopo, Insieme. Un altro modo di fare doposcuola” di D. Cusenza, M. Ferri e G. Ronchi, ITL Editore, 2018.
Il libro può essere ordinato in libreria oppure acquistato online a questo link.

 

“Doposcuola”. Tutti sappiamo cosa ci si aspetta quando questa parola prende corpo:

  1. Tenetemi mia figlia (o mio figlio) altrimenti resta sola (o solo) in casa o fuori e combina guai.
  2. Tenetemi il ragazzo perché va male a scuola e fategli qualche ripetizione o aiutatelo a fare i compiti, perché non li fa mai.
  3. Mio figlio è un DSA, me lo tenete voi?

 

Bene. Qui non li “tengono”. Sono i ragazzi a volerci andare, e se pensate a come in questi anni gli studenti in generale vedono la scuola, già intuite che qui accade qualcosa di strano, piacevole e interessante per loro.

E poi, qui, non vengono quelli che “vanno male a scuola”. Ci vengono tutti, in omaggio alla teoria che la prevenzione, quando si ha a che fare con le persone e con i ragazzi in particolare e riguarda i “comportamenti”, non può seguire le leggi, davvero sorprendenti, predilette da chi vuole fare prevenzione con chi è già nei guai.

La prevenzione deve precedere i guai

La prevenzione deve precedere i guai e quindi non può basarsi semplicemente sull’osservazione di situazioni già a rischio. In questi ragionamenti e in queste prassi stantie (l’utilizzo dei fattori di rischio) è presente ancora l’Ottocento positivista, quello che cerca le cause dei comportamenti, ritenendo gli umani delle complicate, ma decifrabili costruzioni meccaniche e quindi governabili e guidabili da cause, come da cause meccaniche sono guidati i robot.

Stiamo scoprendo che con l’enorme complessità della mente (insegnamento e apprendimento sono raffinati processi mentali) la scientificità degli approcci non può che essere garantita diversamente: non più tramite la ricerca di leggi, ma indagando la realtà individuale e le ragioni che spiegano azioni e comportamenti.

Sto parlando di passare dalla dimensione “nomotetica” a quella “idiografica”, cioè dalla ricerca di leggi generali a quella delle ragioni individuali. Ma un’altra terminologia si sta affermando anche in campo pedagogico, seppur con un certo ritardo in Italia: si tratta dell’atteggiamento “emico” ed “etico”.

Per emico si intende il piano di ricerca che indaga appunto le ragioni individuali che spiegano azioni e comportamenti, per etico ciò che è comunemente accettato dalla cultura e dal vivere civile. La distinzione è utile perché ci permette di definire dei campi di pertinenza di tali approcci.

Per esempio un giudice deve per lo più basarsi sulla dimensione etica (che è espressione della norma, intesa in senso lato), per un insegnante o un educatore invece occorre che tengano unite le due linee guida: la dimensione emica ci fa capire le ragioni per le quali uno studente può trovare ovvio non studiare o percepire il suo rifiuto come mancanza di voglia e, non è difficile verificarlo, le ragioni ultime di tali comportamenti sono spesso anche da noi condivisibili o per lo meno comprensibili.

Qualche esempio

«Se studiassi una sola volta vedrebbero che so farlo e sarei obbligato a farlo sempre!» (Questo nel nostro linguaggio adulto si chiama “creare un precedente” e tutti sappiamo quanto nel diritto e in politica la cosa conti).

«Se studiassi i miei amici mi chiamerebbero secchione» (Forse che l’adulto non rispetta o non tende a rispettare le regole del gruppo di appartenenza?).

«Se studiassi mi spaventerei perché non mi riconoscerei più» (È toccata qui nientemeno che la questione dell’identità, alla quale accenneremo più avanti).

A tali scoperte si potrà rispondere apprezzando l’acutezza della ragione riportata e proponendo modalità che consentono di studiare senza far correre allo studente i rischi temuti.

Nel dire questo stiamo già affermando che, accettata la scoperta permessa dall’approccio emico, ora subentra la dimensione etica: «ti mostro che puoi studiare senza correre quei rischi. E studierai come è normale fare».

Ma fra le righe di questo libro, nei suoi esempi e nelle menti dei suoi autori è presente, con forti radici teoretiche, l’idea che, soprattutto, occorre non giudicare, non criticare, non condannare, cioè l’idea, tanto chiara quanto misteriosa, dell’accettazione dell’altro.

Misteriosa: sappiamo infatti quanto la modalità dell’accettazione sia efficace. Tanto per fare un esempio, un buon numero di psicoterapie lo sono perché utilizzano le vie più diverse per portare il paziente ad accettarsi e quindi (qui sta il mistero e l’ossimoro) a mettere in atto cambiamenti.

Misteriosa, quindi, perché il messaggio sottinteso «Non cambiare, mi vai bene così» consente i cambiamenti. Le teorie sono racconti costruiti per cercare di dare un senso e una leggibilità a fenomeni altrimenti inspiegabili. Possono esserci teorie diverse capaci di dare senso a una stessa realtà. Non sono leggi.

La teoria dell’Identità

La teoria che Passo dopo Passo…Insieme predilige è quella dell’identità, ed è anche quella da me più utilizzata. Mi spiego.

Se l’identità della persona (dei nostri studenti) è costruita, come noi riteniamo, ripetendo in determinati contesti gli stessi comportamenti affinché gli altri (significativi per noi) esprimano su quella persona sempre gli stessi giudizi, allora  significa che i comportamenti “disturbati o disturbanti” presenti da tempo sono caratteristiche identitarie.

Queste vengono alimentate e rafforzate dalla ripetizione nel tempo degli stessi commenti, giudizi, condanne, di senso comune “ottenuti” dal ragazzo per  difendere ciò che già esiste della sua identità (perderne dei pezzi appare spaventoso, una caduta nell’invisibilità). La conseguenza è di enorme peso: la risposta tradizionale ai problemi (critica, condanna, punizione ecc.) non fa altro che alimentare e rafforzare il problema. Occorre quindi cambiare. Noi. Gli adulti.

Sta qui il motto/guida, il motore, di questo “doposcuola”: i ragazzi cambiano grazie ai nostri cambiamenti e il cambiamento maggiore è la nostra stessa accettazione.